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sabato 3 gennaio 2015

2015

Caro 2015

Il tuo predecessore mi ha tolto qualsiasi speranza di recuperare un'amicizia che ancora oggi quando ci penso lascia strascichi lacrimevoli
Mi ha reso cosciente dei miei limiti, ma mi ha anche dato la spinta per chiedere aiuto
Ha allontanato ciò che desideravo con spintoni e capitomboli
Mi ha fatto conoscere sensazioni orribili
Ha provato a farmi capire che ci sono cose che non fanno per me
Ma mi ha anche ridato mia cugina, mi ha dato nuove amicizie e un lavoro.

Quindi 2015 io da te vorrei serenità, tranquillità, dormire senza risvegli dettati da inutili angosce, niente cuore che impazza, niente ansie inutili.
Vorrei quel qualcosa e quel qualcuno che vado cercando
Vorrei certezze
Vorrei una prospettiva futura

So che sei semplicemente un numero e non è sensato affidare desideri e speranze ad un semplice numero, ma ripongo fiducia in te.

domenica 28 settembre 2014

Ansia

Io da che ho memoria soffro di continue e inutili ansie.
Mi ricordo fin da piccola il cuore che accelerava il suo battito ogni volta che in macchina arrivavamo a svoltare l'ultimo angolo prima di arrivare alla pista di allenamento. Non c'era un vero motivo, ma sentivo il cuore in gola e già pensavo alla prima frase da dire, così l'avrei detta bene e non veloce come al mio solito, rischiando di inciampare su qualche d o saltando qualche parola. Mentre la nonna era al volante io preparavo la mia frase, la ripetevo nella testa e lì, nella mia zucca veniva benissimo. La ripetevo nuovamente quando scesa dalla macchina aprivo il bagagliaio per prendere la borsa e poi con il cuore che continuava costantemente ad aumentare il suo ritmo, dicevo il mio ciao, ma qualcosa non andava mai come previsto.

Io soffro di ansia quotidianamente.
Non so mai quale sarà quel dettaglio che farà iniziare le gambe a sentirsi deboli, lo stomaco che si stringe quasi a spremersi, le voci che iniziano a mescolarsi, la tachicardia, i dolori al petto e poi la pressione in caduta libera. Il respiro che si fa corto, la sensazione di avere una cintura intorno al petto che si stringe sempre di più.

Il problema è che le cose più semplici a volte diventano ostacoli insormontabili.

Mi sveglio la mattina con i denti serrati, li stringo come se non volessi mollare quella preda che è l'ansia, me la tengo lì e spesso passano più di dieci minuti prima che mi accorga di mollare la presa sui denti. Idem con le spalle e tutti i muscoli, sempre molto rigida, abituata a tenere tutti i muscoli in tensione, dimenticandomi di scioglierli anche a letto.

Non importa che io abbia una routine, c'è sempre qualcosa che mi provoca ansia.

Non sono mai tranquilla, c'è sempre qualcosa: il lavoro che non mi piace, la paura di non trovarne un altro, l'ansia dell'università, il timore di essere un enorme fardello sulle spalle dei miei genitori, la sensazione di essere costantemente giudicata dal mondo, 
L'angoscia è perenne, costante, così in ufficio come a casa, là a mangiarmi lo stomaco.
Tutto è fonte di ansie, basta davvero poco e inizio ad agitarmi, a prevedere gli scenari più apocalittici.

Spesso mi nego le cose. Mater pensa che io lo faccia per pigrizia, spesso invece è perchè mi agita tutto. Mi agita andare in un posto nuovo, conoscere persone nuove.
Ed è sempre così: inizierò a parlar veloce, mangiarmi le parole per poi sfociare in quel senso di inadeguatezza che fa da anticamera al fiato corto e  al peso sul petto.

I cinque anni di liceo sono stati insopportabili, entravo e quello scalone di marmo bianco mi gelava il sangue. Non ricordo una singola mattina, anche se c'era l'assemblea d'istituto, in cui non sentissi premere un peso sul petto che mi schiacciava fino a farmi star male, sentivo lo stomaco irrigidirsi e maledire la colazione trangugiata di tutta fretta.

Data la maturità sembrava essersi un po' placata, per tornare facendosi largo a spallate adesso. Adesso no, non è il momento.
Ogni giorno sta diventando una guerra con me stessa e questa guerra si porta dietro stanchezza e incapacità di concentrazione.

Non riesco a concentrarmi su nulla, nemmeno su cose che prima per me erano semplici. Non ho mai faticato a concentrarmi su un libro, adesso trovo difficile anche solo concentrarmi su un film.
Vorrei solo che quello che leggo mi rimanga in testa, che stia lì e non se ne vada per altri lidi.
Adesso non sono più capace di studiare, sono subito preda dell'ansia che si materializza con un groppo allo stomaco che accorcia il respiro.

Non è una cosa di cui parlo con gli altri, nemmeno con Mater. Non mi piace far sapere di non avere il totale controllo sul mio corpo. Non voglio dirlo, non voglio che nessuno pensi che ho qualcosa che non va a livello di testa. Perchè sta tutto lì, no?
È lì che devo far calmare le cose, è lì che ci sono i problemi.

Domani devo andare a spiattellare la mia vita ad uno sconosciuto.
Devo andare a dirgli che non funziono più, che non so dove trovare l'entusiasmo per finire l'università, che odio quel lavoro, perchè sento che mi spegne ogni giorno, che detesto l'idea che le persone possano pensare che non valgo niente.

venerdì 22 agosto 2014

Quanto facciamo schifo

Per trovare lo schifo non bisogna necessariamente andare a cercare l'esecuzione di un giornalista statunitense, basta guardarsi intorno, basta leggere i quotidiani.

Vicino a Paesuncolo c'è stato un grave incidente stradale. Su un'auto un padre e i suoi due figli. Sull'altra un ragazzo di 19 anni.

Questi i titoli:


 
Già, famiglia distrutta. Perchè invece immagino che la famiglia del ragazzo sia felice e gioiosa.
Quella famiglia non solo è distrutta, ma non potrà nemmeno urlare tutto il suo dolore per la morte di un ragazzo di 19 anni.
La madre ora non solo deve sopravvivere al figlio, ma deve far fronte alle accuse della gente, sentirsi dire che che la causa dell'incidente probabilmente è sua, che un bambino di 10 anni e una di 5 sono morti per colpa di suo figlio.

Ma la vera colpa di quel ragazzo di 19 anni è di essere romeno, qui è una colpa.

Di questo ragazzo non si sa ancora nulla, davvero nulla, ma le frasi più brutte sono già iniziate.
Il razzismo più bieco è già alle porte e il peggiore è quello che inizia con "non per essere razzista, ma..."
e io ho imparato che quello che in una frase sta prima del ma, non conta nulla.
I giornali locali dovrebbero imparare che loro sono responsabili, hanno un forte impatto su tutta la cittadinanza, chi ha studiato e chi no, chi è giovane e chi no.
Forgiano quella che è l'opinione pubblica di una piccola cittadina di provincia, sono carnefici, sono fomentatori di odio razziale, sono istigatori, sono un danno per la società.

Viviamo in provincia, viviamo dove si ha paura dell'ignoto.
Viviamo dove un ragazzo che è nato qui, ha studiato qui, è cresciuto qui, parla il dialetto meglio di un autoctono, resterà sempre "un ragazzo romeno".
Se non fosse stato romeno ci si sarebbe chiesti se l'auto su cui viaggiava era rubata? (dopo qualche ora si è appurato che l'auto non era rubata, ma apparteneva al compagno della madre)
Se non fosse stato romeno i giornali avrebbero sentenziato immediatamente che la colpa è sua?
Se non fosse stato romeno ci si sarebbe dimenticati di scrivere nel titolo a caratteri cubitali che nell'impatto è morto anche lui?

Le famiglie distrutte sono due, hanno perso la vita 3 persone che dovevano ancora diventare adulti, che ancora dovevano lasciare la loro impronta nel mondo. Si devono piangere tre persone. Tre sfortunati che hanno avuto la sfortuna di essere nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.

Ci riteniamo molto superiori a quei terroristi che hanno sistemato costumi, luci e microfoni per mandare in onda un'esecuzione, ma siamo davvero così superiori?

Qui non ci sono volutamente riferimenti a quello che ha detto l'assessore regionale Beccalossi, una persona che attraverso il suo lavoro dovrebbe rappresentare tutti i cittadini lombardi.Ottimo lavoro, continui così e l'odio per il diverso arriverà a farsi sempre più pericoloso.

domenica 20 luglio 2014

Dear you

" Cercavo una scusa per scriverti. Una scusa credibile. Non ne ho trovate. 
Potrei partire da un "come va?" o "dove vai in vacanza?", ma mi risponderesti con un monosillabo, ti trincereresti come al solito dietro a frasi spezzate e vuote. 
E invece vorrei scriverti che io aspetto che tu ti faccia vivo, sono qui che ti aspetto, aspetto di incontrarti per strada e nonostante le probabilità siano altissime, no. 
So che tu non ti farai vivo e io sono stanca di delegare a te la mia felicità o perlomeno la probabilità di essere felice. Non voglio vegetare in questa tristezza perchè è quel tipo di tristezza che può sistemare solo chi manca e qui manchi tu. 
Ho bisogno di te nella mia vita e tu non ci sei. 
Insieme ti prometto che ce la faremo, supereremo differenze e stili di vita. Sarà facile tra noi.
Ti prometto che non ti pentirai di amarmi. 
Ho solo bisogno di te, stringimi e sarà per sempre. 
Forse l'amore che provo ti ha idealizzato troppo, ma nella mia testa sei perfetto, esattamente così e sei quello a cui prometterei l'eternità. 
E invece ti scriverò solo "come va?", tu forse nemmeno mi risponderai, perchè sei così e all'evidenza che io sia completamente innamorata di te, continuerai a non credere.

venerdì 31 gennaio 2014

Island in the stream

"Perchè ti tieni tutto dentro? Guarda che puoi piangere, hai appena preso un palo in fronte, forse il più grande palo in fronte tu abbia mai preso. Anzi no, la botta maggiore è stata tua cugina, diciamo che al secondo posto puoi metterci questa. Ti è successa una cosa brutta, non ti è richiesto essere simpatica e riderci su mentre dentro vorresti solo picchiare qualcuno. Se senti di piangere, piangi. Se senti di doverne parlare davvero, senza dover impersonare quella che l'ha già superata, parlane. Però non chiudere tutto in una scatola, vivile le cose, vivile anche con gli altri, con chi ti vuole bene. Capisco che adesso hai un attimo di smarrimento su chi ti vuole davvero bene, su chi considerare dalla tua parte.
Non sei un robot. Per quanto tu aspiri a diventarlo non lo sei.
Adesso smettila di fare quella faccia, so che certi discorsi per te sono penitenze, ma sai una cosa? Nelle tue manie e nel tuo usare parole strane sei proprio bella"

giovedì 26 dicembre 2013

L'invisibilità

Fino a poco tempo fa se qualcuno mi avesse chiesto quale super potere mi sarebbe piaciuto avere sarei stata indecisa tra l'invisibilità e il teletrasporto.

Si avrei riflettuto un attimo e valutato che l'invisibilità dev'essere una cosa bellissima, essere ovunque senza che nessuno sappia che tu ci sei, comportarti come vuoi, senza che gli altri girino la testa per guardarti, assistere senza che nessuno ti noti. Si, l'invisibilità sarebbe veramente interessante.

Il teletrasporto, beh, per evidenti motivi. Sarebbe il potere più straordinario. Ti svegli nel tuo letto, colazione veloce a Parigi, puoi anche lavorare nel paesino più sfigato sulla terra che comunque nessuno ti toglie il diritto della pausa pranzo a Central Park, o su una spiaggia della Polinesia. Essere ovunque.

Si, credo che se la sarebbero giocata ardentemente l'invisibilità e il teletrasporto.

Adesso no. Adesso che sto sperimentando l'invisibilità no. Non mi piace più l'invisibilità. Proprio quello che prima avrei elogiato “assistere, senza che nessuno ti noti” adesso non mi piace, soprattutto adesso che sono invisibile solo per le persone a cui tengo.
Come non ci fossi, come non esistessi. La loro vita prosegue e io sono lì, io vorrei urlare, “ci sono, parla con me” o “riconosci almeno il fatto che io esista” invece o sono urla solo nella mia testa che il mondo non può sentire o i destinatari non le vogliono ascoltare. Essere invisibile non mi piace.
L'invisibilità la odio. 

Adesso vorrei solo il teletrasporto, capace di portarmi ovunque. Ovunque io e la mia invisibilità.


Non voglio essere invisibile. Non mi piace che nessuno mi veda, nessuno mi senta, nessuno si scomodi per capire cosa dirmi, come comportarsi con me.

Nir Elias - Reuters

lunedì 21 ottobre 2013

What about the city?

Ci ho provato e tanto, ma non ci riesco.
Credo potrei scrivere scemenze su qualsiasi cosa, ma non riesco a mettere due parole in fila su quello di cui ora mi premerebbe scrivere.
Non pensavo mi sarei mai trovata a fissare per più di dieci minuti una lineetta che lampeggia su una pagina bianca. Avere in testa così tante cose da voler esprimere e non riuscirci. Mi sono ripetuta più volte, "è semplice, parti a getto, poi alla grammatica ci si pensa", mais rien à faire.

Nulla che riesca ad essere all'altezza, o che riesca anche semplicemente ad avvicinarcisi.
Credevo che scrivere una parola e cancellarne quattro accadesse solo davanti alle e mail per i professori, o ai saggi, o quando devo scrivere una lettera motivazionale.

Bloccata completamente da me stessa non mi resta che cercare la sempre citata levetta da far scattare.
Poi si dice che una volta trovato e sistemato l'ingranaggio difettoso sia tutto in discesa. Ma gli stessi dicono anche che cinque pasti al giorno facciano dimagrire.


mercoledì 11 settembre 2013

Là


Là c'è un gran silenzio. 
Là è il primo posto dove sono andata, là ci sono ritornata.
Là ti assale un pensiero fisso, là ti senti piccolo e insignificante.
Là capisci che 3000 morti sono facili da dire, ma iniziare pensare una vita, più una vita, più una vita... Fa un altro effetto.
Là ti vengono i brividi.
Là realizzi la forza che hanno avuto. Hanno pianto una settimana, forse due, poi hanno ricominciato.
Hanno spostato macerie e corpi.
Hanno dato spazio al ricordo.
E con quella grandeur che li contraddistingue hanno costruito un grattacielo ancora più alto.


sabato 31 agosto 2013

Back to reality

Si chiama forse jet lag?
O è quella finestra di tempo in cui non sei ancora in grado di capire?
L'entusiasmo di dire "sono a casa" scema velocemente e penso che New York è stata la mia casa per tre mesi.
Mi ha dato degli amici, esperienza, felicità, più consapevolezza.
È il jet lag? È quello che mi fa barcollare? È quello che non mi fa capire se quel "è bello essere a casa" va oltre aver riabbracciato Mater?
Perché non lo so. Ora come ora non lo so davvero.
È il jet lag che mi fa sprofondare nel letto e dire "su, sii felice di essere a casa".
Perché a me là cosa mancava? Solo Mater.
Mi mancava un posto da chiamare casa? No!
Ne ho cambiate 4 in tre mesi e tranne la prima, ho sentito che sarei stata bene in ognuna di queste.
Mi mancavano degli amici? No.
Forse ne avevo di più che a casa. In rubrica sul cellulare ho più numeri con New York tra parentesi che altri.
Mi mancavano le cose da fare?
Andavo a Yoga, facevo pilates, sono andata in canoa, mi sono buttata da una gru, ho messo i pattini, sono andata in bicicletta, ho scalato in muro. Ho visto una media di due musei a settimana. Sono stata al MET 5 volte, o forse 6. Ho disegnato con un gesso colorato sulla 5th Avenue.
Ho visto un concerto al Lincoln Center. Ho assistito a un reading letterario, ho preso lezioni di giocoleria, ho fatto una pennica in quasi tutti i parchi di midtown.
Lavoravo in un ambiente che mi ha regalato uno squarcio su un mondo non mio. Ho conosciuto gente importante. Ho visto la New York sfavillante. Ho avuto capi bravi e meno bravi. Ho capito come funzionano certi ambienti.

Sarà il jet lag?
Sarà quello che mi lascia la consapevolezza che mi sono appena stati regalati i tre mesi più belli che io potessi immaginare?
Non mi manca New York, mi sono promessa che non me la sarei fatta mancare. Ho chiuso quella parentesi appena messo piede a Linate, ma adesso so che c'è qualcosa, c'è qualcosa da sognare, qualcosa che può andare diversamente e posso provare a sognare al di là di Milano.

Perchè questa sarà sempre casa, ma a casa è bello tornare dopo essere andati via.

venerdì 22 marzo 2013

Festa del papà, un po' dopo


19 marzo, festa del papà.

Come ogni 19 marzo ho mandato un messaggio al mio di papà. "Buona festa del papà".

Noi non abbiamo quel rapporto fantastico di cui varrebbe la pena scrivere, no, per quanto l'avremmo voluto non ce l'abbiamo, per quanto ci ostiniamo a decantarlo, quel bel rapporto padre – figlia noi non l'abbiamo mai avuto.
Ci sentiamo spesso, in continuazione, ma sempre senza dirci mai nulla. Mi chiede come sto e gli dico sempre bene. Gli chiedo come sta e dice che è un po' stanco, ma sta bene. Il nostro rapporto è basato su quello: la certezza che l'altro stia bene, anzi, la certezza che l'altro ci dica che sta bene.

Quando dopo essere andata a trovarlo scendo le scale, spesso scende con me, come se sapesse che non abbiamo finito, che c'è qualche verità in più da dirsi, ma poi mi controlla le gomme della macchina e mi ripete "piè veloce, mi raccomando, stai attenta". E con quel "stai attenta" prima di mettermi in auto finisce tutto. Finisce quel tentativo, quel tempo supplementare.
Io dal canto mio non credo di aver mai provato davvero a creare quel rapporto, nemmeno so se sarei in grado di sopportare quella complicità che forse vado cercando con lui, io sono introversa, non parlo di me, non condivido nulla ed è questione di codice genetico, perchè dall'altro capo la sinfonia è la stessa.

Mio papà non è una persona buona, forse di più, molto di più. È generoso e nonostante abbia due figli e provi a non far differenze, io ho sempre avuto una corsia preferenziale, difficilmente mi ha detto no, forse solo quando volevo un cavallo da mettere nel giardino del nonno.
In vita sua mi ha dato una volta una sculacciata e chi ci è rimasto peggio non sono stata io.
Mio papà è uscito zoppicando dal divorzio, ci ha messo tanto, troppo tempo a raddrizzare le spalle e alzare la testa e questo l'abbiamo pagato noi.
Si è trovato con due bambini capricciosi che forse nemmeno capivano cosa succedeva, ma lì, non era il momento di sopravvivere per loro, era il momento di riprendere a vivere con loro.

Mi ricordo una gita all' acquario di Genova. Una domenica a sciare. Tante fiere dei camion. I sabati pomeriggio in un negozio di modellismo dove accompagnavamo Fratello a far girare delle macchinine. Le domeniche in giro per palazzetti dello sport per le gare. Le paste al pesto. Il silenzio militare. I sabati pomeriggio in centro.

Poi credo sia la norma: si cresce e ci si allontana dai genitori. Per me non è stato così, più crescevo e più mi legavo a doppio filo a mia mamma, mi ci sono attorcigliata per anni, sempre più stretta, sempre più dipendente da lei a discapito del rapporto con mio papà, forse.
Lui non è quello che chiamo quando devo prendere una decisione, lui è quello che la viene a sapere quando si sono già esaminati pro e contro, ma questo credo sia un peso di cui faccia volentieri a meno. Forse un giorno impareremo a comunicare o forse no, forse ci accontenteremo sempre di quelle frasi spezzate dette o scritte. Quelle frasi che se fossimo un po' più onesti non si spezzerebbero dopo un "bene e tu?".
La festa del papà è passata, invidiavo un po' F che è uscita prima da lezione perchè "devo fermarmi a prendere qualcosa per il mio papà".

Domani per fare un po' ammenda di quel messaggio sciapo lo chiamo e gli chiedo se ha appurato che il pezzo mancante della mela sull'iPad non è un cristallo liquido rotto, ma il simbolo della Apple.

sabato 9 marzo 2013

E se invece affogassi?





















- Vedi come devo fare con te? Per farti fare una cosa devo farla io con te. Devo convincerti, lavorarci su insieme a te, devo dipingerti tutto col colore di cui hai bisogno
- Non ho 3 anni
- E invece si. Se io non ti avessi detto "facciamo domanda insieme" tu adesso non saresti lì a tradurti il curriculum in inglese
- Non è vero
- Invece si e lo sai. Però io sono contenta così. Ti ho spronato e dato il via. È come se ti avessi dato un calcio e buttato in mare, adesso vedrai che sarai costretta ad imparare a nuotare, certo, vicino hai un salvagente enorme, perché INVIA a quelle mail lo puoi cliccare solo tu, ma non attaccarti a quel salvagente, non seguire la via più facile, lascia stare il salvagente e impara a nuotare. E se qualcuno ti allunga la mano per farti uscire dall'acqua tu impuntati "voglio imparare a nuotare".

Lei è da 18 anni che crede che io possa fare grandi cose. Come se un giorno dovessi arrivare a fare chissà cosa. Continua a dirmi che dovrei essere io quella che crede di più in se stessa, non lasciare che lo facciano gli altri.
Spesso penso che mi veda attraverso un filtro e non veda davvero quella che sono. Un filtro che ha le trame dettate dall'affetto, ma è comunque un filtro che distorce.
Quelli destinati a grandi cose non hanno il mio carattere, loro sono temerari, loro si buttano nelle imprese, loro provano e riprovano, loro non si arrendono al primo tentennamento, loro non sentono il bisogno continuo del consenso, loro sanno che ognuno si crea la propria felicità e quella non puoi delegarla al resto del mondo. E per quanto io ci provi non sono così.

Manderò quelle mail, un po' per me, un po' per Lei, un po' per qualcun altro. Poi si vedrà.
Di salvagenti è pieno il mare, per lo meno il mio mare.

domenica 18 novembre 2012

Aspettative

Ammetterlo con qualcuno sarebbe troppo. Infatti non l'ho fatto, sono stata attentissima a non lasciare che mi venisse posta nessuna domanda a riguardo. Si, a evitare i discorsi sono brava, a non parlare di quello che passa per la mia testa lo sono ancor di più. Forse è solo che sentirmelo dire a voce alta non sarebbe un bene per me e per quell'equilibrio emotivo che mi sono costruita sgomitando nella sua indifferenza.
Perchè è proprio quando faccio la menefreghista, quando dico "non mi fa nè caldo nè freddo" che c'è da preoccuparsi, perchè spesso nascondersi dietro quella facciata è l'unica soluzione, l'unica quando sai (perchè lo so benissimo) che qualsiasi ipotesi o aspettativa verrebbe tradita. Mi sentirei davvero stupida a cascarci nuovamente. Perchè vorrei esserne capace, vorrei davvero riuscire a cancellare tutto, ma sono un misto di cuore e lacrime quando i giochi si fanno duri e soprattutto quando c'è di mezzo lei.

Mi ha trattata male, male come non ho lasciato fare a nessun altro. E' da lei che ho sentito le accuse peggiori, le recriminazioni più insensate. Ho visto più spesso le sue spalle che il suo viso quando ero io ad aver bisogno.
Ho sempre sentito quasi un "dovere" di esserci per lei, ma lei no: io ho una mamma, lei no, potevo arrangiarmi.
Per me è sempre stato "ovvio" che dovessi esserci per lei e non è per quella questione del DNA, ma per quella questione che si chiama "aver condiviso tanto insieme".

Sono stata intrattabile un week end intero, scattavo solo dopo una parola messa giù male, ho risposto a Mater, non sopportavo nessuno, non volevo nemmeno chiamare LeiM per timore che in qualche modo riuscisse a tirarmi fuori tutto quel cumulo che mi si era creato alla bocca dello stomaco. LeiM si è dimenticata e mai sua dimenticanza fu così apprezzata.
LeiS è troppo impegnata ad avere l'esclusiva sulla tristezza per ascoltare quello che ho da dire e LeiK si sa com'è.

So già cosa mi direbbero tutti, perchè me l'hanno detto già mille volte: "lascia stare, non darle questo potere su di te".
Io non credo di averle mai dato il potere di rendermi così, se l'è preso. Ha sempre fatto così, si è sempre presa quello di cui aveva bisogno e poi se ne andava. Più di una volta mi ha esasperato, prosciugato le forze, mi ha messa nei suoi casini senza chiedermi se ci volevo entrare e poi sbatteva la porta. L'anno scorso mi ha consumata per mesi e mesi per poi partire e andarsene, scrivermi una mail piena di cattiveria e poi prendere un aereo.

Avevo qualche aspettativa per questi tre giorni? Si, ma non lo dirò mai a nessuno.
Prima dovrei ammettere con me stessa che io nonostante gli sforzi non sono quell' essere invincibile che voglio mostrare al mondo.

sabato 22 settembre 2012

S

S. non sta bene e io non so come aiutarla.
Si sente inadatta, non è serena, sempre triste, sparisce per giorni, mi manda mail alle 3 di notte.
Io vorrei aprire una scatola e trovarle le soluzioni. Vorrei darle un po' di serenità, un po' di coraggio.
Vorrei farle trovare un pacco regalo pieno di sicurezza e di amore per se stessa. Vorrei farle capire che lei non è un voto ad un esame, vorrei che per un attimo si vedesse per come la vedo io. Vorrei che quando le dico "si sistemerà tutto" lei ci creda davvero e non mi dica "si, lo so è che adesso non riesco a vedere la fine di questo tunnel". Vorrei che stesse bene, che la smettesse di piangere. Vorrei vederla forte.
Vorrei che non deponesse le armi, ma che tiri fuori il carattere, perchè so che lì da qualche parte lei la forza necessaria per rialzarsi dallo stallo in cui si è buttata ce l'ha, deve solo cercare.
Quando una cosa va male tutto segue a ruota e lei ha fatto finire sotto quella pesante ruota il suo mondo.
Allontana gli amici perchè si sente giudicata. Dice bugie per non doversi giustificare.
Litga con i suoi genitori perchè non vuole sentirsi una figlia non all'altezza.
Dice che il moroso non la capisce (che quel tipo non la capisca io lo sostengo dai tempi del paleolitico, ma vabbbbbbeh).
Si rifugia nel suo pianoforte. Trova riparo solo in uno spartito, stretta in un pentagramma.

Le ho detto di venire qui tre giorni. Non mi risponde e so che non lo fa perchè si sente un peso per me.
Stasera mi chiamerà e mi dirà che ha esagerato, che non va tutto così male. La conosco troppo bene.

Studierò con lei per quell'esame, troveremo insieme una laurea magistrale che le piaccia, se me lo consentirà l'aiuterò, ma difficilmente si farà aiutare da me.

L'idea che la prossima settimana inizierò una nuova avventura e lei sarà qui impantanata in mille problemi mi fa sentire un'amica pessima.

venerdì 20 luglio 2012

Ma che cos'è?

È un sapore, un ricordo, una sensazione nello stomaco e sulla pelle, è un cuore in subbuglio, un racconto letto a bassa voce, un morso al labbro inferiore. È la paura, il timore e l'ebrezza. È la calma, un abbraccio, un conoscersi nei movimenti, un letto sfatto. È passione, irrequietezza, volerti, guardare i tuoi occhi, spogliarti. È un sorriso, un panino con la fontina. È sguardi rubati, è aspettare. È amore senza senso, è perdono. È una mano stretta, una corsa per le scale, un sorriso d'intesa. È un libro tirato, un caffè rovesciato, una festa. È un bacio, una biblioteca e una panchina fredda. È perdersi nella folla, cercarsi, tendere la mano. È musica amata, stonata, urlata. È musica che riempie i silenzi. È un odore addosso. È ore in macchina, è rimpianto. È star seduti senza parlare, ma dicendosi tutto. È pelle che si sfiora, è parole inutili. È equilibrio sottile, è un mazzo di carte, un telo blu e una bugia. È un treno preso e uno perso. È sentimenti sbraitati e lacrime asciugate con un bacio. È stringerti, abbracciarti e pensare di essere nel posto giusto. È rischiare, fidarsi, buttarsi.




martedì 1 maggio 2012

Did the wind sweep you off your feet?

C'è che io ti ho capito.

Tu con quella faccia. Tu e quel sorriso. Tu e quel maledetto ascendente su di me.
Tre anni fatti di tutto rovinati da te e dal tuo non saper dare priorità alle cose, alle persone, ai sentimenti.
Per mesi mi sono presa parte della responsabilità: se hai dovuto cercare qualcosa in Quella là era perchè io non ti davo abbastanza. Mi sentivo colpevole quanto te. Ci ho messo tanto a capire che quel senso di inferiorità era sbagliato.
Quel sentimento che mi ha detto "prova a perdonarlo" c'è ancora e tutto il giorno urla "lasciami tornare tra le sue braccia, perchè tutto sommato sto bene tra quelle braccia". Quel sentimento parla in continuazione, ma soffocarlo è la nuova sfida.

Siamo stati bene. BENE non riesce neanche lontanamente a rendere tre anni di vita insieme, ma non credo esista una parola che possa racchiudere questo tempo, quelle emozioni, quei sentimenti e quel piacevole batticuore che ti attesta in continuazione che sei vivo.

Ma è tempo di prendere strade diverse e tu non vuoi dirlo, ti barrichi dietro un "è questione di tempo" invece succede che io e te, quel bellissimo ed emozionante io e te non c'è più. Sei spaventato. Ti arrabbi perchè io non so aspettare. Urli che non è così che doveva andare. Mi ripeti che il tuo è stato uno sbaglio e tutti possono sbagliare. Piangi e io mi sento la cattiva.
Io con me  trascino tutti i ricordi più belli, voglio portarmi via solo quelli, il rancore e le lacrime preferisco perderli strada facendo, ma il resto ti prometto che lo terrò con me.

A 22 anni e tre quarti non ci si può accontentare. Non si può farlo nemmeno a 23. Voglio una persona vicino che mi faccia scoppiare il cuore, una persona da vivere completamente e non mi tenga nascoste le sue debolezze e le sue paure. Voglio far mie le sue debolezze e aver paura quando anche lui ne avrà.
Voglio fondere me stessa con quel qualcuno. Guardami pure sbigottito, perchè non mi vedrai più dipendente dai tuoi umori.

Sei sfuggito dai nostri problemi per mesi e adesso ti stupisci e bisbigli "ma dimmi il perchè".
Io che per tre anni mi sentivo indispensabile per la tua felicità adesso voglio tornare a cercare quella botta nello stomaco che c'è stata tra di noi. Quell' amore forte, cieco, veloce, temerario che adesso non abbiamo più.

Mi avevi lì. Ero lì con te, ma non ti è importato, è bastato un attimo ed ecco Quella là affacciarsi. Si è intromessa nel nostro mondo, ha fatto piazza pulita dei nostri progetti, ha spezzato i sogni e rubato i tuoi gesti più intimi e tu le hai consentito tutto questo. Con lei hai rovinato il rapporto di fiducia totale che avevamo costruito con il tempo.
Cosa ti aspetti adesso da me?

Io bisogno di crederci ancora, devo convincermi che quell'emozione in qualche modo tornerà. E lo farà.


giovedì 26 gennaio 2012

...


L'idea di te veloce com'è arrivata se n'è già andata.
A settembre non sbarcherai urlante in questa famiglia di matti, scalciando di qua e di là, non ci farai entrare nel vortice dei tuoi bisogni, non entrerai di prepotenza nelle nostre vite per cambiarle radicalmente.
Questa famiglia sentimentalmente scomposta ti avrebbe riempito di amore fino a farti scoppiare, sai.
Immaginarti mi faceva sorridere, pensare a che carattere avresti avuto, a quando ti avrei retto il gioco e tu avresti pensato "ho una zia grandiosa". Mi ero già affezionata a te, troppo presto. Pensavo a tutte le cose che ti avrei insegnato e quante ne avrei imparate io da te.

Invece adesso chissà su quale isola lontana sei. Ti stavamo per preparare un mondo e invece non ci sei più.
Avremmo ripreso le tue prime parole, i tuoi primi passi e avremmo appeso i tuoi disegni sulle ante degli armadi facendoti credere che fossero capolavori, ti avremmo amato tutti in modo viscerale.

Lei ti amava già. Era terrorizzata, ma a vent'anni lo sarebbe chiunque.
"Cosa potrò dargli? Non avrà un papà. Non ho un lavoro."
So che non ti sei fatto spaventare da quelle frasi, erano le frasi di chi ha paura, ma quando la paura è passata tu eri la ragione di tutti quei cambiamenti che aveva in mente.

L'hanno chiamata gravidanza ectopica per confonderci le idee, invece tu hai pensato che non fosse il momento per venire al mondo, in questo mondo. Hai deciso di darle il tempo che fin ora ha buttato. Hai rinunciato alla vita che avresti avuto per permetterle di riscoprire la sua, di sognare e rincorrere quei sogni.
Hai avuto il coraggio che Lei non aveva avuto.
Ora ovunque tu sia stalle vicino, ne ha bisogno.

Ciao Ometto!


"Now there's a way and I know that I have to go away"

venerdì 30 dicembre 2011

Inciampando nei miei pensieri

Stanno insieme da tanto ormai. Quattro anni e mezzo. Tanti a 20 anni. Insieme sono cresciuti, insieme hanno imparato cosa vuol dire avere una relazione, insieme hanno imparato a dire si per far contento l'altro.

Hanno mosso i primi passi in un universo che sino a quel momento era a loro sconosciuto, imparando a fare i conti per due. Poi crescendo, sono usciti dal loro amore su misura e hanno conosciuto un mondo pieno di nuove esperienze che li aspettava e ci si sono buttati: Lui e i suoi eccessi, Lei che subiva il fascino di chi tornava a corteggiarla.

Così sono arrivate le incomprensioni, i litigi e il riversarsi addosso il malcontento. Si sono presi e lasciati per settimane e settimane: "non buttiamo via tutto. Abbiamo quattro anni alle spalle, riproviamoci".
Il proposito era il più nobile e anche gli intenti, ne sono certa.

È passato qualche mese e Lei è tornata a sorridere, a chiamarmi in preda alle emozioni, come se le riscoprisse per la prima volta. 
"Mi capisce, mi ascolta, mi riempie di complimenti e mi tratta come se esistessi solo io nel suo mondo" e diventa rossa quando ne parla e sorride come una bambina, sorrisi senza secondi fini, solo sorrisi.

Chi è tornato a farla sorridere non è la persona che ci si aspettava. R., un amico, che da sette anni aspetta il momento di farsi avanti. "
Ti sto aspettando da così tanto che non ti lascio più andar via", invece come da programma oggi è partita con chi non la fa più sorridere da tempo, per il capodanno in Trentino. 
 


Lei, lui e l'altro. Sarà la storia più vecchia del mondo, ma è sempre attuale.
Io mi perdo nei suoi racconti. Mi guardo dall'esterno emozionarmi con lei che ritrova una serenità invidiabile.
Basta un attimo e la mente va dove non vorrei. Lei ha trovato nuova linfa con una persona inaspettata e A. (il fidanzato ufficiale) non sa niente. Non immagina nulla.
Per quanto il paragone stoni e non voglia cucirmelo addosso: io ero come A. esattamente come A.
Ora nei nostri discorsi A è quello "cattivo". Lascialo! È la parola d'ordine.
"te ne ha fatte d'ogni, un po' se lo merita" qualcuna mette il carico da cento e io con i miei pensieri voliamo altrove.
Come Lei forse anche Lui, il mio Lui, a maggio è tornato a star bene.
Come Lei anche Lui si è riscoperto innamorato delle piccole cose con una persona nuova.
Come Lei anche Lui non riusciva a lasciarmi.

Io non ce la farò mai a superare quell'ostacolo, ci sto provando con tutto il cuore, ma non ci riesco. Lei mi parla di come R. la faccia star bene e io mi chiedo cosa facessi per rendere Lui così infelice da dover cercare di sorridere con un'altra. Se Lui mi avesse parlato avremmo trovato una soluzione, se mi avesse sbattuto in faccia quello che provava avrei lottato per Noi. Invece no. Invece mi ha fatto trovare il danno fatto. Completamente all'oscuro. Lei mi chiama in preda alle sue ansie, mi dice "cosa faccio? Non riesco nemmeno a guardarlo in faccia" e io che inizio a piangere vivendo quella situazione da un punto di vista nuovo, pensando a quante volte Lui mi guardava e mi mentiva, a quante volte avrebbe potuto dirmelo, a quante volte mentre io pontificavo il futuro Lui aveva la mente altrove e a quante volte ingenua chiedevo "cos'hai fatto oggi?" e mi sentivo dire bugie su bugie senza mai dubitare, perchè mi fidavo di Lui. Una carognata simile ero convinta che non me l'avrebbe mai e poi mai fatta.

venerdì 16 dicembre 2011

è ora della letterina a Babbo Natale?

Dear Santa,

è da un anno che non ci si vede. Un ragguaglio sulla mia vita sarebbe inutile, tu sai sempre tutto, no?!
Quindi saprai anche che sono stata un'onesta cittadina, una figlia rompiballe, una sorella stressante, un'amica pedante e una studentessa che avrebbe potuto/potrebbe fare di più (frase su cui i professori hanno marciato una vita, la mia).

Da te oltre la pace nel mondo vorrei:

- La forza di partire per l'Inghilterra. Sarebbe il giusto incentivo. Ho bisogno di una spintarella o non lo farò mai. Oppure basta che tu mi stia vicino, mi ripeta ogni giorno che è la scelta giusta e che quando varcherò la Manica tu sia lì con me a darmi un abbraccio di tanto in tanto. Un abbraccio per ritrovare la serenità.

- Vorrei che mi portassi anche una gomma magica. O un bianchetto. Si Babbuz, vorrei che mi regalassi la capacità di dimenticarmi per sempre quello che Lui ha fatto a maggio. Da sola non ci riesco, ho davvero bisogno di un tuo intervento o non riuscirò a portare avanti questa relazione. Ho sempre l'idea di Lui con Quellalà nella testa. Ho il terrore che mi dica cose che ha detto a lei. Che abbia provato emozioni con lei, che io non riuscirò a trasmettergli. Che cerchi lei in me. Che con lei abbiano riso di me. Che pensi ancora a lei quando è con me. Che gli manchi lei. E' un ostacolo più grande di me, ho bisogno che mi prendi per mano e insieme a occhi chiusi saltiamo oltre senza guardare mai indietro, cancellando quei mesi e quelle lacrime e non rivivendo queste sensazioni d'inferiorità verso il loro sentimento, se di sentimento si è trattato.

- Se ti senti magnanimo nei miei riguardi cosa ne pensi di farmi trovare sotto l'albero la tesi già confezionata. Ricorda che la copertina la vorrei di un colore improponibile. Di quelli che tutti schifano. Bordeaux e blu non se ne può più! Giallo! Ecco Papà Noel, il giallo sarebbe troppo "giusto". Ricordati l'intestazione o la IML mi taglierà la testa. Oppure se non hai tempo, basta che mi regali l'inventiva per scriverla e prometto che mi fiderò di te.

Mi sembra di averti chiesto già abbastanza.
Le richieste sono in ordine di importanza, quindi se ti limiti a un dono, giuro che mi basta la spinta per partire.

Grazie Weihnachtsmann!

NB quest'anno ti lascio le caramelle gelèè alla pesca. Quelle buone.

giovedì 1 dicembre 2011

1 dicembre


Ogni anno il comune mandava gli psicologi del consultorio di Paesuncolo nei licei a ricordarci che bere il sabato sera non fa di noi dei fighi e che il sesso è bello, ma proteggersi da malattie e gravidanze è sempre cosa buona e giusta.
Ero in seconda o forse in terza liceo quando si è affrontato il tema HIV e AIDS. La prima domanda fu: “alzate la mano se pensate che usando la stessa forchetta di una persona sieropositiva siate esposti al virus”. Seduti per terra a gambe incrociate formavamo un cerchio un po' sbilenco. Sguardi interrogativi. “mi sa di si. Se tizia, che sa tutto,alza la mano la alzo anch'io”. La professoressa di italiano, che seduta in cattedra compilava il registro ha alzato lo sguardo, curiosa di vedere cos' avrebbero risposto quei sedicenni pronti a snocciolare declinazioni latine, frasi ipotetiche in francese e verbi irregolari in inglese, ma impreparati per la vita. Timidamente una dopo l'altra le mani si sono alzate tutte.

Uno psicologo e una sociologa sono partiti da quelle 18 mani alzate per spiegarci che...
Non si trasmette con un abbraccio.
Non si trasmette bevendo dallo stesso bicchiere.
Non si trasmette sedendosi vicini.
Non si trasmette nemmeno con un bacio.

Non è la malattia dei drogati.
Non è la malattia degli omosessuali.
Non è la malattia di chi “se l'è cercata”

Si trasmette con un rapporto sessuale non protetto.
Si trasmette con trasfusioni di sangue infetto
Si trasmette se chi ha il virus ha una ferita che sanguina e il suo sangue entra velocemente in una vostra ferita aperta. Se passa del tempo il virus muore a contatto con l'aria.

L'ignoranza emargina chi è sieropositivo
L'ignoranza pensa che sia la peste del ventesimo secolo.
L'ignoranza e figlia della pessima comunicazione.
L'ignoranza è alimentata dalla chiesa e dalle sue fobie.

mercoledì 23 novembre 2011

Meglio cambiare, no?

Non mi farò prendere dall'ansia per Londra. Non entrerò in agitazione per il cambio della carta di credito. Non mi preoccuperò di come si dovranno mitigare le liti, che poi magari nemmeno ci saranno.

Non mi preoccuperò di sapere con chi sta uscendo. E' tornato in voga il brasiliano o è nato qualcosa con l'egiziano? Mi farò i fatti miei. Zitta zitta. Perchè se poi dovessi sapere qualcosa, non sarei più capace di stare zitta.

Non domanderò a Lui se ha rivisto Quellalà dopo il fattaccio. Niente crisi di panico sul futuro. Quel che sarà, andrà bene.

Niente senso di inadeguatezza perchè Lei mi ha detto che sto sbagliando e sto facendo un errore che pagherò quando Lui farà l'ennesima ca**ata.

Non verrò nemmeno presa di striscio dalle aspettative strane e contorte per il ritorno dell' Amica svanita.

Niente pensieri, per una volta starò ferma immobile, con un pasticcino al cioccolato e uno alla fragola.
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